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Inquinamento industriale, l’ex pretore “d’assalto” di Augusta Condorelli: “in questi 50 anni nulla è cambiato”

Il magistrato, che lavorava ad Augusta quando scoppiò lo scandalo dei malformati, è intervenuto, in streaming, all’incontro Terra sacrificata. Giustizia, ambiente e salute nel quadrilatero industriale"

 “La sensazione molto amara e triste  è che nulla è cambiato, ma che anzi le situazioni tendono  ad aggravarsi e a produrre ancora più materiale purulento e poco gradevole per le popolazioni che vivono nel territorio e che meriterebbero qualcosa di meglio”. A parlare  è Antonino Condorelli, ex procuratore generale della Corte d’Appello del tribunale di Venezia ed ex pretore “d’assalto” di Augusta, intervenuto in diretta streaming, nei giorni scorsi, all’incontro “Terra sacrificata. Giustizia, ambiente e salute nel quadrilatero industriale”, organizzato dall’Ecole urbaine de Lyon – Université de Lyon (Francia) e dal Comitato stop veleni che si è svolto al santuario della Madonna dell’Adonai, alle porte di Brucoli. Come hanno sottolineato in apertura Alfonso Pinto, ricercatore e documentarista e Giusy Nanè del Comitato stop veleni non si è trattato di un convegno o di una conferenza, ma di un incontro per mantenere viva l’attenzione sui problemi ambientali del territorio, soprattutto dopo il sequestro del depuratore consortile dell’Ias, dove vengono convogliati  i reflui della zona industriale.

“A leggere l’ordinanza in questi 50 anni non c’è stato nessuno sforzo reale di trattamento dei reflui liquidi e delle emissioni tale da poter dire siamo inquinati. Si parla di benzene oltre 12 volte il consentito, ma il consentito era già di un ordine impressionante” – ha proseguito Condorelli che ha ricordato i  tempi in cui non esistevano i reati ambientali, introdotti a livello giuridico solo nel 2015, ma solo le cosiddette contravvenzioni, reati minori. “C’erano delle leggi che consentivano una certa quantità di inquinamento e noi denunciavamo e sanzionavamo superamenti mostruosi di questi limiti. Gli sforzi di contenimento di questi limiti sono stati tutti frustrati e noi lo vediamo dalla storia di questo depuratore che, secondo quello che emerge dalle consulenze, non ha fatto altro che prolungare le situazioni che si erano verificate negli anni ’60 e ’70” – ha aggiunto.

Secondo l’ex pretore sono 80 anni che si parla “inutilmente di interventi a favore della compatibilità, dall’altra parte la sensazione è che un meccanismo di denuncia è, per fortuna, partito. Dobbiamo cercare disperatamente di continuare a  portare avanti un’attività di conoscenza di questa realtà, che vada al di là dei confini attuali, perché sicuramente la situazione è tragica e drammatica e non se ne può uscire da un giorno all’altro perché l’unica soluzione sarebbe chiudere tutto – ha concluso -. Sono stati buttati via denari ed anni, ma la colpa non è di quelli che chiedono che l’inquinamento sia contenuto, ma di coloro che hanno ignorato e continuano ad andare avanti e vanno avanti, perché un provvedimento come quello non è eseguibile se non chiudendo definitivamente le aziende che non hanno pensato  a portare un contributo inquinante tollerabile. La situazione è molto grave, senza possibilità di uscita immediata, ma forse si può sperare che da questo momento in poi parta un processo diverso in cui ognuno si prende le proprie responsabilità”.

Per Fabrizio Bianchi, dell’istituto di Fisiologia clinica del  Cnr di Pisa, epidemiologo ambientale che lavora al sito di Priolo dal ’90, con i primi studi sulle malformazioni “siamo ad un lustro di studi che, sebbene abbiano prodotto un importante avanzamento conoscitivo, non hanno portato ancora ad  una conoscenza adeguata per prendere decisioni – ha affermato -. Siamo in un’area di bonifica stabilita da una legge dello Stato in assenza di bonifica, quindi una contraddizione dirompente. Dopo 10 anni di rapporto Sentieri siamo in attesa del sesto rapporto, il quinto uscito prima della pandemia metteva in risalto alcuni elementi critici per il sito. Penso che occorra una svolta, come Cisas abbiamo suggerito un osservatorio locale che abbia poteri non solo di osservare ma anche di dare suggerimenti a fini di monitoraggio e prevenzione, per dare luogo alle bonifiche che costano ma che potrebbero essere anche un volano dei nuova occupazione”.

Silvia Ruggieri, biologa del Cnr Palermo, responsabile del progetto Cisas insieme ad altri due colleghi, ha parlato dello studio della coorte di nascita (gruppo di individui portatori di una caratteristica comune) denominata “Neho”, iniziata a gennaio 2018 e terminata a gennaio 2020, che si occupa di valutare la caratterizzazione degli effetti della contaminazione degli inquinanti  in età pediatrica, ma anche più adulta. I siti prescelti sono stati Augusta, Priolo e Milazzo, 850 mamme sono state coinvolte a titolo volontario negli ospedali di Milazzo, Siracusa e Lentini, alle donne sia in gravidanza, ma anche dopo il parto fino a 24-48 mesi è stato somministrato un questionario su abitudini e stili di vita. “Abbiamo valutato l’influenza dell’inquinamento ambientale e lo  stile di vita delle donne in gravidanza nelle aree ad elevato rischio ambientale – ha detto riferendo che ci sono state anche non poche difficoltà – l’obiettivo è verificare la presenza di metalli pesanti e le conseguenze sui nascituri, si stanno valutando i campioni delle esposizioni, importante la raccolta approfondita anche sui consumi alimentari. La coorte non studia l’incidenza delle patologie neoplastiche conclamate in età pediatrica, ma cerca di individuare marcatori precoci di allarme di patologie sia nei primi anni di vita che in età adulta”.

Ad occuparsi del progetto “Cisas” su Augusta, Milazzo e Crotone e della comunicazione è stata Liliana Cori, dell’istituto di Fisiologia clinica del  Cnr di Pisa: “le persone vivono come un oltraggio la notizia di inquinamento, partecipare a questo studio è un modo per  essere protagonisti anche con il loro stesso corpo. Noi vogliamo sia un livello di scambio continuo, fornire le nostre conoscenze significa dare alle persone gli strumenti per chiedere e affermare i loro diritti” – ha affermato ribadendo l’importanza di non consumare pesce pescato nella rada di Augusta dove è assolutamente vietata la pesca – le autorità sono consapevoli e fanno la loro parte per evitare la pesca, ma noi abbiamo capito che una parte e non è piccolissima va a finire nel mercato del pesce e, quindi, su questo è bene cercare delle informazioni attendibili e sapere che si sta mangiando del pesce pescato fuori. Questa è l’unica indicazione che ad oggi emerge con chiarezza dagli studi e non ci sono prescrizioni su altri prodotti ortofrutticoli perché c’è un mix di inquinamento che non va a puntare su cibi precisi” – ha concluso rispondendo, come anche i colleghi alle domande dei presenti.

“I dati li abbiamo anche se vecchi, noi abbiamo cercato di far partire nel territorio uno studio epidemiologico, ma qui c’è l’assenza delle istituzioni e l’Asp è un’istituzione e non può fare il compitino di compilare il registro tumori e dare il compito a qualcuno, perché è il momento di dare delle risposte” – ha tuonato Cinzia Dei Modica, del Comitato stop veleni stigmatizzando l’assenza dei sindaci, compreso quello di Augusta, dall’incontro: “perché non è che possiamo sempre andare a bussare, qui c’è un problema sanitario, ricordiamo che la gente si ammala e muore di cancro. Noi continueremo a tenere alta l’attenzione del territorio”.   

Per padre Palmiro Prisutto “la battaglia ambientalista ad Augusta non è che non è sentita, è solo riservata a poche persone, a  quelle che hanno il coraggio di crederci e di metterci la faccia. Qui è stato commesso un errore di fondo – ha ricordato – al limite il porto di Augusta poteva sopportare una raffineria, una centrale elettrica, ma non più di quello, invece qui avete scaricato decine di stabilimenti dove noi dobbiamo fare ormai da sentinelle. E solo un tipo di stabilimento del petrolchimico, se va in crisi quel settore va in crisi tutta l’economia. La mia battaglia nasce per rompere il silenzio sulla questione ambientale di Augusta, perché qui l’inquinamento è invisibile e sommerso”.

Enzo Parisi, di Legambiente ha sottolineato che “il tema è la giustizia ambientale, che non viene resa ai cittadini e agli abitanti di questa zona. Non sono d’accordo con il pretore Condorelli sul fatto che le cose   sono rimaste uguali a prima: gli inquinatori si sono specializzati. Gli abitanti di Marina di Melilli hanno avuto giustizia? No e neanche noi come cittadini”, ha detto ricordando anche l’ex pediatra Giacinto Franco, che per primo scoprì i dati sui malformati e l’inchiesta “Mare rosso” a Priolo, da cui “esce fuori il sistema mostruoso che è il Sistema Siracusa. Fabrizio Bianchi più volte è venuto qui insieme a Franco, la perizia consegnata nel 2019 è ancora nei cassetti del tribunale e l’inchiesta No fly, le cui indagini  sono state chiuse nel 2020, è lì e aspettiamo che succeda qualcosa. Nel frattempo c’è lo scandalo dell’Ias, che si può risolvere benissimo evitando intanto il ricorso ad una legge che dà una sorta di sanatoria, un eleviamo i limiti”.

L’incontro si è concluso con la presentazione del lavoro fotografico “Terra mala#2. La Sicilia dei veleni”, da parte dell’autore Stefano Schirato, fotografo, reporter, insegnante di fotografia e membro della Leica Academy.


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