Augusta, Piero Amara torna in carcere. A Rebibbia

Ritenuto dagli investigatori uno dei dominus del cosiddetto "Sistema Siracusa" è stato condotto nella serata di ieri al carcere di Rebibbia

Piero Amara torna in carcere. L’avvocato di Augusta già noto alle cronache locali in quanto ritenuto dagli investigatori uno dei dominus del cosiddetto “Sistema Siracusa” è stato condotto nella serata di ieri al carcere di Rebibbia.

Amara aveva patteggiato in continuazione a Messina la pena di un anno e due mesi di reclusione e 89 mila euro di multa e, insieme con Giuseppe Calafiore, aveva già patteggiato anche a Roma per l’accusa di corruzione in atti giudiziari a una pena pari a 3 anni di reclusione l’avvocato augustano e a 2 anni e nove mesi per il collega Calafiore. In entrambi i casi i legali di Amara avevano presentato ricorso in Cassazione sull’applicazione della Spazzacorrotti.

La Suprema corte all’udienza del 4 febbraio però non ha dato ragione ai legali di Amara, Salvino Mondello e Angelo Mangione, motivo per cui la richiesta di carcerazione, così come la pena, è diventata esecutiva.

La legge Spazzacorrotti ha modificato l’ordinamento penitenziario stabilendo che le misure alternative al carcere (affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare, semilibertà), i permessi premio e l’assegnazione al lavoro all’esterno del carcere possono essere concessi ai condannati per reati di corruzione, istigazione alla corruzione, corruzione in atti giudiziari, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità e peculato solo se collaborano con la giustizia efficacemente. E si adoperano per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, assicurare le prove dei reati e consentire di individuare gli altri responsabili o sequestrare le somme o le altre utilità trasferite. Ma la legge non ha spiegato se questa misura – mutuata dalla disciplina in materia di contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo – si debba applicare anche ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore, il 31 gennaio 2019.

L’avvocato augustano, assieme al collega Attilio Toscano, deve ancora difendersi dall’accusa di fraudolenta distrazione dei beni della Sai 8 spa a Siracusa, per aver – secondo la Procura – incassato dalla stessa società somme di denaro, per le prestazioni professionali erogate, ritenute esorbitanti o comunque gravemente incongrue per eccesso sia in relazione ai parametri normativamente previsti per il calcolo degli onorari sia con riferimento alla disciplina delle liquidazioni di natura giudiziale. E poi c’è il filone con il presunto depistaggio per screditare l’Amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Proprio su questa indagine milanese, il colosso del cane a 6 zampe è passato al contrattacco chiedendo ad Amara 30 milioni di euro per danni d’immagine. Secondo i legali di Eni, infatti, le dichiarazioni di Amara ai pubblici ministeri non sarebbero veritiere.


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