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Augusta, McDonald’s alla Borgata, via libera del Tar: l’associazione ambientalista non legittimata a presentare ricorso

Lo hanno stabilito i giudici della terza sezione catanese del Tribunale amministrativo regionale nell’udienza del 14 settembre

Potrà essere realizzato – salvo ulteriore ricorso al Cga – nell’area a verde comunale della Borgata in via Aldo Moro, angolo corso Sicilia, il fast food di McDonald’s previsto dal Comune. È stato, infatti, dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione, da parte del Tar di Catania il ricorso proposto da Natura sicula, contro il Comune megarese e nei confronti della Mc Donald’s development Italy llc – che non si è costituita in giudizio – per l’annullamento della delibera di giunta municipale con cui il Comune il  26 gennaio scorso accoglieva la proposta della società di  realizzare “un fabbricato da adibire ad attività di ristorante e bar con annesso servizio drive oltre alle opere ed attrezzature connesse di interesse pubblico”, e per la cessazione dell’efficacia della convenzione di cessione del diritto di superficie stipulata tra il Comune  e la società.

Secondo i giudici della terza sezione, presieduta da Daniele Burzichelli, e composta da Francesco Bruno (estensore), Gustavo Giovanni e Rosario Cumin, “l’associazione è sorta per tutelare aree a verde, parchi o zone di interesse paesaggistico/storico/artistico ma non è legittimata ad interloquire tramite lo strumento giudiziario sull’uso di aree che non presentano alcuna di quelle connotazioni, e che il Prg ha destinato a finalità diverse (attrezzature ed impianti di interesse generale). – si legge nella sentenza- Né può ritenersi che il generico e diffuso interesse a preservare alcune specie arboree presenti in modo marginale nel sito in esame – esigenza che anche il Collegio ritiene condivisibile nel merito – possa comunque fondare una legittimazione ad agire a trecentosessanta gradi in capo all’associazione ricorrente; salvo voler riconoscere una (non ammissibile) sorta di “azione popolare”, esperibile a tutela di qualunque forma vegetale presente in ogni tipologia di ambito, pubblico o privato”.

Inoltre non sussiste per il Tribunale regionale amministrativo nemmeno la proclamata legittimazione a tutelare la “qualità della vita” nella zona interessata – in tesi, depauperata di ogni spazio verde, a vantaggio di una diffusa edificazione – dato che il lotto di terreno in esame “non è di fatto nè un polmone verde, né un giardino pubblico, ma un’area incolta, nella quale possono essere realizzati solo interventi conformi al piano regolatore, che non prevede in loco verde pubblico”.

Il Collegio ha ritenuto fondata l’eccezione di inammissibilità  sollevata dalla difesa del Comune di Augusta, rappresentato dall’avvocato Glenda Giardina,  sottolineando, inoltre, che l’area in questione è qualificata nel Prg come zona F destinata ad “attrezzature ed impianti di interesse generale”:  e dunque, “non potrà mai essere una zona “a verde” (come vorrebbe la ricorrente), ma potrà soltanto ospitare “attrezzature sociali di livello urbano o comprensoriale: per l’istruzione superiore all’obbligo o per la cultura; per parchi e sport; varie d’interesse collettivo (sanità, assistenza, religiose, amministrazione pubblica, servizi)>>.

Inoltre, dalla visione delle fotografie prodotte in giudizio dagli ambientalisti, “l’area appare prevalentemente incolta, inutilizzata ed abbandonata, popolata in buona parte da sterpaglie, seppur caratterizzata dalla presenza di alcuni alberi posti prevalentemente al margine”. Da ciò, come prima conseguenza, deriva che l’associazione “non può fondare la propria legittimazione a ricorrere sull’articolo 3 del proprio statuto” che delimita l’ambito di interesse dell’ente alla conoscenza, tutela,  conservazione e la valorizzazione della biodiversità, degli habitat naturali e degli ecosistemi, del paesaggio, del patrimonio artistico, architettonico, storico, archeologico  monumentale, del patrimonio etno-antropologico, con particolare riferimento agli aspetti linguistico-dialettali e musicali mediterranei, delle tradizioni gastronomiche e dei prodotti alimentari tipicamente mediterranei, ma anche la promozione di un uso sostenibile delle risorse naturali, la lotta a ogni forma di inquinamento e la promozione di una corretta gestione dei rifiuti.

Dalla lettura dell’articolo 3 dello Statuto è evidente che  la realizzazione del fast food “non interseca nessuno dei campi a tutela dei quali l’associazione ricorrente si è costituita, – prosegue la sentenza- non potendosi ritenere che la edificazione su un’area incolta del territorio urbano, destinata nel Prg come zona F, incida negativamente su habitat naturali o ecosistemi, su valori paesaggistici, artistici, architettonici o storici; men che meno, sul patrimonio etno-antropologico, gastronomico, sulle risorse naturali, o sull’inquinamento”.

Inoltre non può individuarsi un interesse dell’associazione a partecipare alla invocata – e non celebrata – gara per l’assegnazione dell’area. L’articolo 4 dello statuto assegna, infatti, all’associazione diversi compiti, tra cui gestire in concessione, locazione, usufrutto, comodato, beni di interesse artistico, storico, paesaggistico, naturalistico o ambientale. Per i giudici etnei l’associazione “si è assegnata la mission di gestire beni con precisi caratteri, che però non sono affatto ricorrenti nell’area oggetto del presente giudizio. Ne consegue che, anche ove l’amministrazione avesse posto in essere il bando per sollecitare l’interesse di terzi all’assegnazione del bene, l’associazione Natura Sicula onlus non avrebbe potuto prendere parte alla procedura, per evidenti limiti del proprio oggetto sociale”.

L’associazione, difesa  dall’avvocato Sebastiano Papandrea,  è stata condannata a pagare al Comune le spese per 2500 euro e aveva fondato il suo ricorso sostenendo la “legittimazione a ricorrere delle associazioni ambientaliste, alle quali è stata riconosciuta la possibilità di impugnare, non solo atti amministrativi che direttamente incidono sull’ambiente, ma anche quelli che indirettamente coinvolgono gli interessi alla valorizzazione dei beni culturali, del paesaggio urbano, rurale e naturale, dei monumenti e dei centri storici, e della qualità della vita”.

Aveva, inoltre, rilevato una diretta attitudine del progetto “a ledere interessi ambientali, nonché l’incisione sulla “qualità della vita” del territorio su cui spiega i suoi effetti, atteso che la cessione del diritto reale di superficie ai fini dell’edificazione di fabbricati e strutture ad esclusivo uso commerciale produrrà – a suo dire – la definitiva scomparsa dell’unica area di verde pubblico risparmiata all’espansione edilizia privata – in quanto inclusa in zona F per “attrezzature d’interesse generale” – in un comprensorio urbano di riferimento che è già fortemente urbanizzato, ad elevata densità abitativa e privo di giardini e spazi arborei fruibili dalla collettività”.


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