Augusta, lavori a Punta Izzo, “no” all’archiviazione: il Gip ordina ulteriori indagini

Il giudice Migneco ha accolto il ricorso contro l’archiviazione del coordinamento Punta Izzo possibile che, nel 2017, aveva presentato denuncia contro presunti abusi paesaggistici da parte della Marina militare

“Anche le opere destinate alla difesa militare sono soggette alle leggi sulla tutela del paesaggio”. Partendo da questo assunto della Suprema Corte di Cassazione, il Gip del tribunale di Siracusa, Andrea Migneco si è opposto alla richiesta di archiviazione del pm dell’indagine avviata nel 2017 su alcuni lavori commissionati dalla Marina militare di Augusta ed effettuati, a febbraio 2017, nella porzione di costa di Punta Izzo, dove si trova l’ex poligono di tiro della Marina, ordinando al Pm ulteriori indagini per verificare anche eventuali difformità con il progetto originario e quello realizzato. Lo rende noto il Coordinamento Punta Izzo possibile, che da 3 anni si batte per la smilitarizzazione dell’area e la riapertura della zona, ancora oggi selvaggia, alla fruizione pubblica.

La vicenda è legata all’indagine penale per abuso paesaggistico avviata a luglio 2017 dopo la denuncia alla Procura di Siracusa del Coordinamento che aveva documentato, attraverso materiale video e fotografico, i lavori “consistiti nella realizzazione di una recinzione, fissata con cemento sulla scogliera a pochi passi dal mare, attorno al fabbricato che fino al 1997 è stato utilizzato come poligono di tiro – ricorda Gianmarco Catalano, attivista augustano -. Si è inoltre proceduto a murare gli accessi dello stesso manufatto dopo aver collocato al suo interno rifiuti e scarti edili, sfalci e materiali di risulta di vario genere, per i quali – a norma di legge – si sarebbe dovuto ricorrere a specifica procedura di conferimento e smaltimento in impianti autorizzati. In ultimo, attraverso l’ausilio di mezzi meccanici, la ditta incaricata dal Genio militare ha rimosso la vegetazione mediterranea che, a fatica, nel corso dei decenni era cresciuta ai margini del poligono e sopra il terrapieno un tempo utilizzato per contenere i colpi di arma da fuoco. Nel complesso si è trattato di opere di assai dubbia compatibilità con il vincolo d’inedificabilità assoluta e le stringenti prescrizioni di tutela che insistono lungo l’intero comprensorio costiero di Punta Izzo”.

Il Pm Tommaso Pagano aveva aperto un fascicolo ma dopo un anno, a settembre 2018, aveva richiesto l’archiviazione giustificandola con l’entrata in vigore di una nuova norma del Piano paesaggistico di Siracusa secondo cui sono fatte salve, dagli stringenti vincoli ambientalisti di inedificabilità ,“le opere necessarie agli adempimenti dell’amministrazione militare”. Gli attivisti di Punta Izzo Possibile si sono però opposti ancora una volta sottolineando come “la norma del Piano paesaggistico fosse manifestamente illegittima (perché contraria alle leggi dello Stato, gerarchicamente sovraordinate) – spiega Catalano – e come, in ogni caso, la condotta di presunto abuso paesaggistico si fosse consumata prima della sua entrata in vigore e, di conseguenza, non poteva essere applicata al caso di specie in quanto priva di effetto retroattivo e sanante”.

Una tesi questa condivisa e accolta dal Gip Migneco, secondo cui la deroga al rispetto dei vincoli contenuti nel piano paesaggistico non si può tradurre in una “deregulation” solo perchè si tratta di lavori effettuati dal Genio militare, ma anche per questi occorre “un’attività accertativa e ispettiva del soggetto pubblico preposto alla tutela dei primari interessi rilevati (nel caso la Sovrintendenza di Siracusa) al fine di verificare effettivamente se si tratti di opere consentite ai sensi del decreto assessoriale. Non è dunque escluso che – scrive Migneco nell’ordinanza che rigetta l’archiviazione- anche per le opere eccettuate dagli stringenti vincoli edificatori occorra pur sempre un amministrativo da parte della Soprintendenza, anche solo di natura ricognitiva per sottoporre al vaglio critico l’inclusione o meno del lavoro realizzato nelle categorie eccettuative”. Secondo il giudice, inoltre, l’entrata in vigore ad ottobre 2017 del decreto assessoriale “non produce un effetto sanante relativamente ad un abuso paesaggistico consumatosi anteriormente”.

Adesso occorrerà attendere i risultati dell’indagine del Pm che – prosegue Catalano – dovrà decidere se richiedere il rinvio a giudizio degli eventuali responsabili del reato oppure reiterare la richiesta d’archiviazione. Tuttavia, al di là degli esiti dell’inchiesta, l’importanza di questa pronuncia consiste nell’aver lucidamente ribadito, come raramente avvenuto fino ad oggi in sede penale che le opere militari, laddove ne sia programmata la realizzazione in aree protette, non sono affatto legibus solutae ma devono rispettare la normativa paesaggistica e ambientale come avviene per qualunque altra opera dello Stato”.

Secondo gli attivisti “è una conferma, autorevole e superpartes, della fondatezza giuridica della tesi che, da più di un decennio, attivisti e avvocati ambientalisti ed ecopacifisti difendono dentro e fuori i tribunali. E’ la dimostrazione che la tesi opposta, secondo cui esisterebbe una sorta di “regime derogatorio pro militari”, è del tutto priva di pregio giuridico: anzi è un vero e proprio “equivoco”, per usare le stesse parole scelte dai giudici del Consiglio di Stato”.


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