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Augusta, Incendio Ecomac: diossine 4 volte sopra i limiti, necessaria indagine da parte di autorità sanitarie

Lo chiedono il Coordinamento Punta Izzo possibile, Legambiente Augusta e Natura Sicula onlus che ritengono indispensabile approfondire le indagini ambientali e sanitarie dopo il violento incendio

Le autorità locali (Asp in primis), regionali e nazionali diano doverosamente avvio ad una indagine ambientale e sanitaria che, a partire dalla vicenda Ecomac, analizzi approfonditamente e costantemente tutte le matrici ambientali, l’attuale stato di disagio e i rischi e gli effetti sulla salute umana che la presenza di queste pericolose sostanze comportano e ciò al fine di attuare misure di risanamento, di prevenzione e di tutela della collettività”. A chiederlo sono il Coordinamento Punta Izzo possibile Augusta,  Legambiente Augusta e Natura Sicula onlus che ritengono indispensabile approfondire le indagini ambientali e sanitarie dopo che i tanto attesi risultati delle analisi su diossine e furani, effettuati dopo il grosso incendio all’impianto di stoccaggio di rifiuti scoppiato in contrada San Cusumano il 22 agosto scorso, e pubblicati sul sito di Arpa il 22 settembre scorso.

Come già scritto, le conclusioni dei tecnici rivelano che i valori di questi pericolosi microinquinanti superano di oltre 4 volte il valore guida indicato dall’Organizzazione mondiale della Sanità per gli ambienti urbani e del 50% il valore guida per le aree industriali (459 fg/m3 effettivamente rilevato rispetto ai valori guida di 100 e di 300 fg/m3). “Un dato che l’Agenzia regionale di protezione ambientale considera “coerente con i fenomeni di combustione ancora
attivi”, senza nulla aggiungere però in merito ai rischi per la salute delle popolazioni, né sull’opportunità di indagini ambientali su acque superficiali e sotterranee, suoli, pascoli e prodotti ortofrutticoli e di origine animale di competenza delle autorità sanitarie –
ricordano  le associazioni insieme al fatto  che i campionamenti dell’ aria siano stati circoscritti al territorio di Melilli e Priolo e limitati nel tempo mentre nessun prelievo tramite canister è stato, effettuato nella zona di Augusta -, malgrado sia probabilmente questa la cittadina più colpita dalla nube nera sprigionatasi dal rogo, come pure comproverebbe l’analisi del campione aria prelevato il 25 agosto  alla Darsena e nel quale è stata accertata una elevata presenza di naftalene correlabile all’incendio”.

I rilievi di Arpa su diossine e furani, già il 9 settembre scorso, erano stati trasmessi ad Asp, Prefetto, Protezione civile, Vigili del fuoco nonché ai Comuni di Siracusa, Augusta, Priolo e Melilli, “ma ad oggi, tuttavia – rilevano ancora gli ambientalisti -, nessuno dei sindaci è intervenuto per informare direttamente i propri concittadini, né a mezzo stampa o social né attraverso la sezione “informazioni ambientali” dei rispettivi siti istituzionali. Del pari non si è data alcuna notizia di eventuali controlli, finora inspiegabilmente omessi, su terreni, corpi idrici e prodotti alimentari di origine vegetale e animale. L’Agenzia per la protezione ambientale (Apat) ci ricorda che  i tempi di persistenza delle diossine negli strati  superficiali del suolo è stimata con un’emivita pari a 9-15 anni, mentre l’emivita stimata per gli strati più profondi è di 25-100 anni. Occorre quindi che campionamenti ed analisi perdurino nel tempo”.

Secondo le associazioni l’assenza di tali indagini ambientali appare in contrasto con il protocollo di intervento descritto nelle “Linee guida Snpa (Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente) per la gestione delle emergenze derivanti da incendi” che pure vengono richiamate dalla stessa Arpa nella missiva su diossine e furani inviata alle autorità locali e che  evidenziano l’opportunità in seguito ad un incendio di “prelevare campione di acque reflue/rifiuti liquidi prima della loro immissione nelle caditoie interne all’azienda o in quelle delle strade adiacenti”  nonché di effettuare “campionamenti su matrici che coinvolgono la filiera alimentare diretta (frutta, verdura, cereali, ecc) e indiretta (foraggi), finalizzati alla ricerca di inquinanti persistenti (metalli, diossine, Ipa) potenzialmente originati dall’evento”.

“Si tratta di campionamenti che, come sottolineato nelle stesse Linee guida, “sono in genere di competenza della parte sanitaria”, dunque delle Asp e dei sindaci ai quali enti segnaliamo di tenere presente che, alla preoccupante presenza di diossine che è stata riscontrata, c’è da aggiungere anche quella di elevate concentrazioni di polveri, benzene e idrocarburi accertate nelle analisi condotte in quelle ore e rilevate anche a distanza di tempo dalle centraline per il controllo dell’inquinamento atmosferico”.

Coordinamento Punta Izzo possibile Augusta,  Legambiente Augusta e Natura Sicula onlus non dimenticano, inoltre,  le “anomalie” nella gestione dell’impianto riscontrate nell’ultima e unica ispezione realizzata dal Libero Consorzio e Arpa tra aprile e maggio di quest’anno. “Il “verbale di ispezione dei luoghi”, prodotto a seguito dell’attività ispettiva – sottolineano -, elenca le numerose difformità accertate nella gestione dello stabilimento rispetto alle prescrizioni contenute nell’autorizzazione regionale del 9 ottobre 2020. Nei piazzali esterni dello stabilimento, i tecnici dell’ex provincia e dell’Arpa avevano in particolare riscontrato l’utilizzo delle “aree di passaggio” come siti di stoccaggio di ecoballe in plastica, nonché la presenza di cumuli di rifiuti ingombranti in assenza di copertura, di tettoie e dei setti divisori prescritti dal provvedimento autorizzativo. In almeno tre aree esterne si era inoltre accertata “un’evidente presenza di vegetazione spontanea” nella parte superiore delle balle di rifiuti in plastica “già sottoposti a lavorazione” e per i quali la ditta dichiarava trattarsi di “deposito temporaneo”. Altra vegetazione era infine presente anche in alcune zone che, in base al progetto esecutivo, dovevano essere dotate di battuto in cemento”.

All’interno del capannone destinato alla lavorazione dei rifiuti, gli ispettori avevano poi fotografato diversi cumuli di rifiuti, tra cui un cumulo alto 4 metri nell’area destinata in planimetria a “scarico e per lavorazione”, rilevando anche l’improprio utilizzo delle ecoballe “come delimitatori tra i rifiuti di carta e cartone e i sacchi di plastica” contenenti rifiuti. E ciò malgrado l’autorizzazione regionale prescrivesse che “i quantitativi di materiale in detenzione all’interno del locale “lavorazione”, dovranno essere quelli strettamente necessari per le lavorazioni”. Altre difformità rispetto alle prescrizioni imposte dell’assessorato regionale venivano infine rilevate all’interno del secondo capannone, dove da progetto dovevano trovarsi “esclusivamente attrezzature metalliche” ma nel quale si accertava la presenza di rifiuti da apparecchiature e elettriche ed elettroniche (Raee) di grandi dimensioni”.

Per completare il quadro di una vicenda su cui proseguono le indagini della Procura aretusea, va evidenziata la mancata predisposizione del Piano prefettizio di emergenza esterno, che doveva essere redatto “entro dodici mesi dal ricevimento delle informazioni necessarie da parte del gestore” ai sensi del decreto legislativo 113/2018, allo scopo di “limitare gli effetti dannosi derivanti da incidenti rilevanti”. “Il prefetto, con una nota ufficiale, assicura che il Piano è attualmente “in istruttoria”, come per impianti analoghi della provincia. Appare comunque urgente che la pianificazione d’emergenza riguardante tutti gli impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti venga ultimata al più presto, dandone la dovuta informazione alla popolazione e procedendo alla verifica dei piani attraverso apposite esercitazioni, così come prescritto nelle Linee guida dettate dal Dpcm del 27 agosto 2021″ conclude la nota.


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