False fatture per avere fondi pubblici per il porto turistico di Augusta: 2 imprenditori arrestati, sequestri per 7,5 milioni di euro

La Guardia di Finanza ha eseguito un provvedimento del Gip del Tribunale aretuseo e ha arrestato un imprenditore operante nel settore delle opere marittime e l’altro in quello edile, individuati quali organizzatori di un’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla truffa per la percezione di contributi pubblici

La Guardia di Finanza di Siracusa ha eseguito oggi un provvedimento del Gip del Tribunale aretuseo, richiesto della locale Procura della Repubblica e ha arrestato 2 noti imprenditori augustani, Alfio Fazio e Antonino Ranno, uno operante nel settore delle opere marittime e l’altro in quello edile, individuati quali organizzatori di un’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale e alla truffa per la percezione di contributi pubblici. L’attività riguarda la realizzazione dell’approdo turistico nel Golfo Xifonio di Augusta, da cui il nome “Operazione Xiphonia”.

Il progetto è stato destinatario di un contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale per 8 milioni di euro. La somma era stata parzialmente erogata a una società di famiglia dell’imprenditore di mare nell’ambito degli interventi strutturali e infrastrutturali finalizzati all’attuazione del piano strategico regionale della portualità turistica. Le investigazioni del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Siracusa, dirette dalla locale Procura della Repubblica, hanno infatti svelato un sodalizio criminoso, organizzato in un reticolo di società, che hanno emesso e utilizzato fatture per operazioni inesistenti dirette a rendicontare una serie di lavori in realtà mai realizzati.

Le indagini sono state avviate in seguito a un controllo amministrativo di routine svolto dalle Fiamme Gialle aretusee nei confronti della società Edil Tiche nel febbraio 2017, dal quale emersero delle irregolarità che spinsero i finanzieri ad approfondire gli accertamenti fino a dare il via alle indagini che si sono concluse con i provvedimenti di oggi

Le prestazioni, effettivamente eseguite dalle società della medesima famiglia, avevano quindi un valore molto inferiore rispetto a quello presentato a finanziamento. Il “castello di carte”, predisposto ad arte, è crollato quando gli investigatori hanno vagliato la sussistenza delle ragioni economico – imprenditoriali di vari impegni contrattuali, formalizzati solo per gonfiare artificiosamente i costi di realizzazione del porto in modo da determinare il quanto dell’erogazione pubblica assentita. L’imprenditore marittimo è risultato l’ideatore e il principale organizzatore del sistema illecito. Costui è infatti l’amministratore della società destinataria del contributo pubblico, nonché titolare di numerose cariche nelle altre “società di famiglia” tutte operanti nel medesimo settore. Il perno attorno al quale ruota il meccanismo delittuoso è invece l’imprenditore edile, amministratore di fatto di una società che si occupa sostanzialmente di edilizia residenziale. Quest’ultima è priva di qualsivoglia know how nella specifica materia ed è sprovvisto delle attrezzature adeguate per svolgere lavori (in mare) necessari alla costruzione di un porto turistico.

Nondimeno alla stessa l’ente titolare del contributo affidava la realizzazione di rilevanti opere infrastrutturali nel porto turistico di Augusta. Non essendo in grado di operare con autonome risorse umane e materiali, la società edile subappaltava i lavori a lei affidati a ulteriori società che, in molti casi, sono risultate riconducibili alla stessa famiglia dell’impresario marittimo. Queste società fatturavano alla committente, che a sua volta “girava i costi” alla titolare del finanziamento, dichiarando nei documenti valori notevolmente sovradimensionati ovvero gonfiati rispetto a quelli reali. Pertanto, nella sostanza, la società operante nel ramo delle costruzioni residenziali assumeva solo formalmente il ruolo di appaltatrice delle opere, così costituendo il “paravento giuridico” perché il progetto criminoso si avviasse e realizzasse.

Il meccanismo sopra delineato, classificabile tra le ipotesi scolastiche di “interposizione fittizia” soggettiva, consentiva di “gonfiare” sensibilmente costi solo cartolarmente sostenuti, creando un considerevole disallineamento tra il reale impegno economico sostenuto dalla famiglia realizzatrice dell’opera portuale e quello – artificiosamente superiore – documentato dalle fatture presentate alla Regione Sicilia per l’erogazione del contributo pubblico. Complessivamente, le opere infrastrutturali interessate dal sistema di false fatturazioni sono state quantificate in quasi 22 milioni di Euro e riguardano sostanzialmente l’acquisto di palancole, la fornitura di blocchi di cemento e di pali – tubi camiciati in acciaio, nonché le operazioni relative al nolo a caldo dei mezzi marittimi ed i contratti di dragaggio. Attorno alle figure dei due imprenditori, organizzatori dell’associazione, ruotano inoltre, quali compartecipi, gli amministratori di diritto delle società coinvolte che, attraverso l’emissione e l’utilizzo delle fatture false, hanno reso possibile la realizzazione del disegno delittuoso. Oltre ai 2 soggetti arrestati, condotti presso le proprie abitazioni in regime di misura domiciliare, sono stati quindi colpiti da misura cautelare interdittiva (divieto di esercitare uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese) per la durata di 10 mesi anche altre 5 persone coinvolte nell’ordito truffaldino. C’è anche un’ottava persona indagata ma non destinataria di provvedimento.

Agli indagati, a vario titolo, vengono contestati i reati di associazione a delinquere (articolo 416 del c.p.), truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (articolo 640 bis del c.p.), articoli 2 (dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), 8 (emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 10 quater (indebita compensazione) del Decreto Legislativo n. 74/2000 e, per le persone giuridiche, articolo 24 ter, comma 2, del Decreto Legislativo n. 231/2001 (delitti di criminalità organizzata). In relazione alle condotte criminose è stato disposto il sequestro di somme di denaro, disponibilità mobiliari e immobiliari per un valore complessivo che si attesta intorno ai 7,5 milioni di euro, ritenuti profitto dei reati contestati.

Infine, per quanto concerne l’erogazione materiale del contributo, l’intento illecito si è realizzato solo parzialmente: infatti liquidata la prima tranche dell’agevolazione pari a 2.666.400 euro (33,33%), l’erogazione della seconda e della terza tranche, per circa altri 6,5 milioni di euro, viene interrotta dalla ricorrenza del procedimento penale palesato dalle attività odierne.


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