Augusta, il giornalista D’Anna non diffamò il pm Musco, ma esercitò il diritto di critica: lo ha decretato la Cassazione

Sono state depositate nei giorni scorsi le motivazioni della sentenza degli ermellini che ha messo la parola fine ad una vicenda giudiziaria iniziata nel 2007

Il direttore di “Augusta online” Gianni D’Anna non diffamò l’ex magistrato della Procura di Siracusa Maurizio Musco, ma con la frase “vergognosa archiviazione” in riferimento alla vicenda “Mare rosso” sull’inquinamento di petrolio della rada di Augusta, diede piena attuazione all’esercizio del diritto di critica. Questa, in sintesi, la motivazione con cui la Cassazione ha annullato senza rinvio perché il fatto non costituisce reato la sentenza di secondo grado di condanna, assolvendo invece dall’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa stampa Gianni D’Anna, direttore del quotidiano online, scomparso a dicembre dello scorso anno.

Nelle motivazioni della sentenza, emessa lo scorso 17 gennaio dalla quinta sezione presieduta da Rosa Pezzullo (relatrice Elisabetta Maria Morosini) e depositata nei giorni scorsi gli ermellini hanno, dunque, ribaltato la precedente pronuncia di merito della Corte di appello di Messina e accolto il ricorso presentato dal legale Antonino Cacia. E lo hanno fatto partendo dal presupposto che “uno Stato democratico garantisce e tutela il diritto di critica degli organi di informazione e dei cittadini circa l’operato delle persone preposte a funzioni o servizi pubblici. La valenza offensiva di una determinata espressione – si legge – deve essere riferita al contesto nel quale è stata pronunciata. Occorre calibrare la portata di una espressione in relazione al momento e al contesto sia ambientale che relazionale in cui la stessa viene profferita.”

Soprattutto hanno affermato con chiarezza che “non è ammessa una risposta giudiziaria repressiva che estenda la tutela prevista contro la lesione dell’onore o del decoro anche a casi di contestazione dell’operato altrui”. Come a voler dire che chi ricopre cariche pubbliche, proprio per il ruolo che riveste di interesse generale può e deve essere soggetto al controllo e alla critica della stampa critiche, che non configurano necessariamente il reato di diffamazione, troppo spesso usato per colpire in maniera “temeraria”  i giornalisti. “Di conseguenza va esclusa la punibilità di coloriture ed iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, purché tali modalità espressive siano adeguate e funzionali all’opinione o alla protesta, in correlazione con gli interessi e i valori che si ritengono compromessi”.

Se, dunque, l’argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l’interesse sociale a conoscerla, “è consentita dall’ordinamento la esposizione di opinioni personali lesive della altrui reputazione e quindi contenenti la rappresentazione di eventi infamanti, una volta che l’agente si sia affidato ad una esposizione misurata nel linguaggio”. È invece penalmente punibile l’espressione che “di per sé ecceda il limite della continenza, consistendo non già in un dissenso motivato espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale della persona”.

Un attacco personale nei confronti dell’ex Pm Musco, che aveva condotto le indagini sul petrolchimico e che, come anche riporta la sentenza del Tribunale di Messina, aveva “chiesto l’archiviazione per 23 degli indagati”, mentre altri “quattro erano stati rinviati a giudizio e ben quindici avevano chiesto di patteggiare la pena” che secondo gli ermellini non sussiste nell’articolo “incriminato” del giornalista, che riguardava la notizia di un primo “round” in Consiglio comunale “favorevole” all’ex sindaco Massimo Carrubba sulla costruzione della piattaforma polifunzionale per rifiuti speciali Oikhoten.

Nel testo D’Anna aveva inteso sottolineare la “differenza di giudizio che, nella sua opinione – scrivono nelle motivazioni giudici – risulta dalle contestazioni mosse al progetto (“si misurano punti e virgole”) da parte di vari soggetti, rappresentativi di interessi diffusi, rispetto al silenzio serbato “sulla vergognosa archiviazione dell’inchiesta Mare Rosso che aveva aperto un baratro sugli inconfessabili crimini ambientali perpetrati per decenni da decine di dirigenti del petrolchimico”.

Nel caso di specie “non può ritenersi superato il discrimine della legittima espressione di una critica all’operato, giudicato negativamente, dell’autorità giudiziaria. La contestualizzazione dimostra l’assenza di efficacia offensiva di espressioni tese a criticare i comportamenti (archiviazione) e non le persone fisiche, con modalità espressive proporzionate e funzionali all’opinione o alla protesta, in considerazione degli interessi e dei valori che si ritengono compromessi”.

La Cassazione spiega, inoltre, che la decisione assunta dal tribunale della Corte d’Appello nel ritenere la frase “vergognosa archiviazione” diffamatoria nei confronti dell’ex pm Musco muoveva “da un presupposto errato, che ne inficia la tenuta logica e giuridica. La notizia della archiviazione – prosegue il provvedimento – non è falsa; essa contiene un nucleo essenziale di verità attinente, peraltro, a un numero rilevante di indagati e al “cuore” dell’indagine: quello relativo ai reati di associazione per delinquere e di avvelenamento di acque”. Pertanto “l’impostazione accolta dal giudice di merito svilisce la facoltà di critica, limitandola alla esposizione dei fatti e alla loro puntuale, esatta riproduzione. Mentre, a differenza della cronaca, del resoconto, della mera denunzia, la critica si concretizza nella manifestazione di un’opinione”.

Una piena assoluzione dunque, senza se e senza ma, arrivata purtroppo troppo tardi per il direttore di Augustaonline che ha convissuto per oltre dieci anni con questo “macigno giudiziario” per una vicenda dai contorni non sempre lineari.


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