Augusta, caso Sea watch e immigrazione: candele e poesie per “restare umani” sul sagrato della chiesa Madre

L’iniziativa era stata organizzata quando ancora i migranti erano sulla nave ed è stata  allargata ad una riflessione, pacata ma sentita, sull’immigrazione

Un candela, una poesia, un pensiero  o un brano per dire: “siamo umani”. Così ieri sera, per circa due ore, sul sagrato della chiesa Madre una settantina di persone di ogni età si sono ritrovate dopo un passaparola e  un giro di telefonate qualche giorno prima tra quanti si “sentivano indignati del silenzio assordante” che c’è stato ad Augusta sulla vicenda della Sea watch e sentivano l’ “esigenza di esserci in qualche modo”. L’iniziativa è stata organizzata, infatti, quando ancora i 47 migranti si trovavano sulla nave, ancorata alla baia di Santa Panagia, a Siracusa e non erano scesi al porto di Catania e non è stata revocata, anzi è stata allargata a una riflessione, pacata ma forte e sentita, sull’immigrazione.

Perché stare zitti è farsi i fatti propri è un precisa scelta, che ci connota come esseri umani che si disinteressano – ha detto Maria Grazi Patania, del Collettivo Antigone, una delle organizzatrici che però ha voluto subito sgombrare il campo da eventuali strumentalizzazioni  politiche – Non c’è qui nessuna polemica, siamo partite da una riflessione molto semplice, che Augusta è stata per anni il primo posto dove delle persone, che hanno vissuto orrori inimmaginabili come il Libia, sono arrivate  e lo hanno visto  come il primo luogo di salvezza. Così abbiamo pensato che fosse necessario che da qui  partisse almeno una presenza, un esserci, un messaggio per dire che per noi è ingiusto fare delle riflessioni politiche  quando si tratta di persone, che sono state all’addiaccio per giorni e che avevano bisogno di un porto sicuro”.

Poi l’invito a rimanere vigili, aperti, “accesi” come una piccola candela al buio, come quella che in molti hanno tenuto in mano leggendo chi un brano di Terzani, chi gli articolo 3 e 10 della Costituzione italiana e quella dell’Unesco, frammenti di  Erodoto, “il libero sfogo di un uomo libero”, pensieri personali come quelli di una mamma con due figli disoccupati che non se “la prende con i migranti se i miei figli non hanno un lavoro”.

Perché siamo e rimaniamo un popolo di emigranti – ha ricordato padre Giuseppe Mazzotta, cappellano della Stella Maris – Dove sono i vostri figli? Perché non sono rimasti qua  e sono  andati a  prendere il lavoro altrove. Non lo rubano anche loro alle persone che vivono in quel posto e potrebbero lavorare lì?  Quello che mi preoccupa è vedere tante persone indifferenti e il problema non è tanto Salvini ma siamo noi, gli italiani”.

Molti di quelli che parlano dimostrano odio, rancore  anche tanta ignoranza – ha affermato don Palmiro Prisutto, arciprete della chiesa Madre che ha ricordato quello che Augusta ha dato nel tempo quando affondò il “Conte rosso” davanti le nostre coste e la gente si fece in quattro per aiutare i superstiti- Mi meraviglia che ci si accanisca contro i profughi  e non si fa nulla contro i regimi che proteggono certi interessi, l’Europa non è quella che ha dato armi ai regimi dittatoriali dell’Africa e li ha destabilizzato?. L’Africa l’abbiamo utilizzata per il nostro tornaconto per tanti secoli e oggi ci chiede aiuto, possiamo dire di no? Uomini, cristiani, persone che hanno ideologia politica devono trovare la soluzione con coraggio e onestà. Auspichiamo che questo modo di condurre la nostra vita possa essere modificata. Dobbiamo essere aperti all’accoglienza che sia anche riparatrice. Se li respingiamo, – ha tuonato- non siamo più uomini”. 

E ancora  messaggi  dalla Camera del lavoro, da Articolo unico, preghiere  universali dell’Azione cattolica, la poesia toccante “non ti allarmare fratello mio dimmi, non sono forse tuo fratello”  trovata addosso a Tesfalidet Tesfom, il giovane migrante arrivato a Pozzallo, a marzo del 2018 e morto di stenti in ospedale, affidata a un padre che si è sentito chiamare “terrone” un giorno che era  andato a trovare la figlia emigrata al Nord. E il racconto dei volontari della Fondazione Catalano, che hanno accolto da 8 mesi Nati, giovanissimo eritreo, partito con un carretta del mare e presente giovedì  insieme ad   Ebrima, altro giovanissimo migrante e alla sua nuova mamma augustana che ha detto: “Dite sempre che ce li dobbiamo portare a casa. Ecco io l’ho fatto: lui è mio figlio”.


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