Agnese Moro e l’ex terrorista rossa Adriana Faranda al carcere di Augusta

Si è svolto ieri mattina, nella sala teatro del carcere di Augusta, l’ultimo incontro a Siracusa e provincia sul tema “Perdono e e riconciliazione” tenuto da Agnese Moro, figlia dello statista assassinato dalle brigate rosse, Adriana Faranda, ex brigatista e membra del gruppo dei rapitori, e Guido Bertagna,  il gesuita che attraverso un percorso durato anni ha riunito vittime e carnefici. L’incontro si è trasformato in un appuntamento della città grazie alla presenza di tante persone esterne, studenti, professori, presidi, rappresentanti di club service, cittadini comuni, autorità cittadine, il vescovo di Siracusa. Si poteva presumere che il sito dell’incontro, un carcere, aggiungesse qualcosa alla ricchezza delle testimonianze  già date in altri ambiti.

E così è stato. Già a partire dal brano La casa in riva al mare (che narra dell’amore immaginario di un ergastolano) col quale dopo la presentazione del direttore, il dottor Antonio Gelardi, sono stati salutati gli ospiti: “Quante volte l’abbiamo cantata” ha detto la Faranda, mentre stavamo in carcere”. E poi i racconti struggenti di Agnese Moro, dei giorni della prigionia, del dramma della famiglia (“mia madre diceva se avete deciso così uccidetelo, ma fatemelo salutare …“); il rammarico mai sopito per “la trattativa che non ci fu”, il ricordo commosso per gli uomini della scorta; e il testamento spirituale contenuto in una delle ultime lettere che intese rivolto a sé “Sostituiscimi” e che interpretò come dare prosecuzione a quella azione di dialogo rivolto a tutti senza esclusione, che fu la politica di Aldo Moro.

E poi la Faranda, col racconto degli inizi, il fatale errore del seguire la strada della lotta armata per perseguire un ideale di giustizia sociale, la latitanza,  la lacerazione del ripensamento durante il rapimento “Non si può uccidere un prigioniero. Non potevamo essere contro la pena di morte e portare noi deliberatamente freddamente la morte” . E poi il distacco l’essere sola e braccata da tutti “Mi cercavano polizia carabinieri, brigate rosse, gli altri gruppi terroristici”.

E poi quasi il sollievo dell’arresto e l’inizio degli altri travagli “mia figlia veniva a colloquio e mi diceva: tu volevi un mondo più giusto, ma a me bastava solo che tu mi stessi accanto e mi crescessi“. Poi il racconto a due voci dell’inizio del dialogo, dei primi passi verso la riconciliazione,  del guardare l’altro del conservare la memoria, perché ciò che è accaduto non si può cancellare, senza che si rimanga inchiodati al dolore l’una, alla colpa terribile l’altra.

Mentre parlavano la Moro e la Faranda per lunghi istanti si tenevano per mano quasi a rendere l’immagine della riconciliazione. Dopo le testimonianze un lungo spazio agli interventi: studenti che chiedevano, per capire, per rileggere o semplicemente apprendere la storia, Michela Italia lì in veste di volontaria che lavora al carcere ma che dà alla sua domanda il taglio che le è proprio di giornalista “Ha parlato con Cossiga, si è riconciliata con lui?

Un detenuto che riprende in modo semplice ed immediato il discorso della Faranda sui figli “facevo rapine per fare stare meglio mio figlio, ora sono più morto di fame di prima e lontano da lui” un altro, F.A, che va al microfono per dire ,” Solo grazie“.

In conclusione il secondo brano del coro diretto da Maria Grazia Morello, Viva l’Italia di De Gregori , all’Italia “metà giardino e metà galera, all’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, l’Italia che non ha paura; e sopratutto all’Italia che resiste”.


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